UNA VALLE DI TOPONIMI


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Leggende e aneddoti

Analisi toponimi capolouogo > Valle dell'orso

DESCRIZIONE

Viveva un tempo, nella valletta che principia al lago di Rondenet e si conclude all'imbocco delle orride forre della Valle dell'Inferno, un grossissimo esemplare di orso bruno che gettava il patema nell'animo dei montanari che in quei selvaggi territori erano costretti a vivere molti mesi dell'anno: legnaioli, carbonai, pastori e vaccai, oltre agli occasionali cercatori di funghi, ai cavatori di trementina ed a quanti si recavano nei segaboli a monte dei Corni del Bortolòt per il taglio del fè maghèr. Il grosso bestione, diversamente dai suoi simili che si cibavano di bacche e mirtilli, aveva iniziato razziando greggi di pecore poi era passato a prendere i bovini che pascolavano attorno alle malghe. Al suo apparire il latrato dei cani risuonava ossessivo ed insistente in tutta la valletta, mentre le mandrie come in preda ad impazzimento si precipitavano verso la cascina cercando la protezione degli uomini. Le schioppettate gli fecero solo solletico, sembrava invulnerabile e più veniva cacciato più diventava feroce e sanguinario. I mandriani erano seriamente preoccupati: le bestie impaurite non si allontanavano più dalle vicinanze della cascina ed i pascoli più distanti restavano inutilizzati. Un giorno, mentre la mandria pascolava lungo l'erboso dorso del Dosso del Luca dalla boscaglia sbucò a grandi balzelloni il gigantesco bestione; i bovini fuggirono mugghiando di terrore, immobili, con le gambe ben puntate a terra, restò solo un vigoroso toro. S'accese fra i due animali una lotta rabbiosa, rotolarono lungo il pendio fin dentro il folto della boscaglia, fra grugniti di selvaggio furore. L'orso menava possenti colpi che facevano ruzzolare lontano il tenace bovino, il quale tuttavia si rialzava e con le narici tese e fumanti s'avventava a testa bassa contro l'avversario conficcandogli le corna nel ventre. Dalla sommità del dosso i mandriani udirono a lungo, sino al sopraggiungere della notte, l'eco sordo dei colpi, i gemiti, gli spasmi della lotta mortale. Al mattino gli uomini discesero il digradante giogo e, seguendo l'insaguinato solco devastato dalla lotta feroce, giunsero ad un anfratto roccioso conosciuto coma la spluga de l'ors, proprio a motivo del fatto che gli orsi solevano sfernate di quella spelonca. A terra giacevano privi di vita i corpi lacerati delle due bestie. A lungo avevano lottato, finchè l'orso s'era trovato chiuso tra la roccia e la testa taurina dell'avversario dopo che in una morsa micidiale lo aveva schiacciato contro la parete. Il corpo ormai esangue dell'orso, appena il toro si ritraeva, tendeva a scivolare a terra, ma il toro, pensando quel movimento come un nuovo attacco dell'avversario, rinvigoriva vieppiù la pressione del suo capo sorretto dalla contrazione spasmodica di tutti i muscoli del corpo. Ed in quel prolungato sforzo inane anche il toro, con le membra già squarciate dalla lunga lotta, era morto di sfinimento. Gli uomini allora esultarono per la scomparsa del cattivo orso, anche se la valle continua ancor oggi ad essere appellata come la Valle dell'Orso e forse i bimbi dei nostri tempi sarebbero assai felici di poter dividere le loro golosità con il grosso animale dalla folta pelliccia bruna.

FONTI INFORMATIVE

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